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Rosarno è un paese di circa 18,000 abitanti nella piana di Gioia Tauro. Ne parliamo perché con cicli annuali diventa meta di migranti, tutti rigorosamente uomini, tutti rigorosamente africani, dell'area Sub sahariana, del Ghana o del Darfur. Molti di essi fanno riferimento al circondario di Castel Volturno o di Villa Literno. Accorrono nelle campagne della Piana di Gioia Tauro nella speranza di venire assoldati per la raccolta dei mandarini e delle arance. Finita la stagione agrumaria, si sposteranno in Sicilia, nelle campagne di Siracusa, o in Puglia, per la raccolta di fragole o pomodori.
Tra questi giovani ve ne sono di irregolari, giunti in Italia clandestinamente. Ve ne sono anche di richiedenti asilo politico, provenienti da aree di guerra e di violazione dei diritti umani. Altri sono iscritti nei programmi di assistenza speciale, voluti dall'Onu. Ma è difficile distinguere la condizione di abbandono, di povertà, di violazione dei diritti umani e di indigenza in cui si trovano gli uni e gli altri.
Quest'anno la crisi economica ha richiamato a Rosarno non soltanto migliaia di giovani irregolari, ma anche quanti hanno perduro il posto di lavoro nelle fabbriche del nord, prime vittime della riduzione della forza lavoro.
La situazione degli irregolari, a causa del Decreto sicurezza, fa prevedere clandestinità, sbandamento o rimpatri forzati. Non dissimile è la condizione di quanti hanno perduto il posto di lavoro. Per questi, però, oltre al danno si aggiunge la beffa. Infatti, il loro permesso di soggiorno scade entro sei mesi, se non può essere rinnovato esibendo un regolare contratto di lavoro. Questi, dunque, vanno ad ingrossare le fila degli irregolari.
A Rosarno e nei paesi limitrofi vanno in cerca di qualche giornata di lavoro, pagata a basso prezzo, circa 25 euro al giorno, per otto ore di lavoro, e assolutamente in nero. Ma non c'è lavoro per tutti e il basso prezzo degli agrumi sul mercato non incoraggia se non la raccolta della merce di maggior pregio. Così migliaia di giovani rimangono inoperosi e intristiti nella tenue speranza di guadagnare qualcosa e di dimenticare la delusione di essere giunti in un paese che non li vuole o che li vuole soltanto sfruttare.
Nelle campagne di Rosarno i giovani africani in cerca di sopravvivenza hanno trovato degli alloggi di fortuna in cartiere abbandonate, in oleifici non funzionanti, in vecchie stazioni ferroviarie inutilizzate da tempo. Cercare porte o vetri alle finestre in queste strutture è impresa disperata. I vandali di casa nostra si sono sbizzarriti a distruggere tutto quel che poteva avere un aspetto funzionale o di decoro. Sono edifici senza luce elettrica, senza servizi igienici, senza acqua corrente. Tuttavia, alla cartiera è stato dato fuoco, distruggendo tutte le poveri suppellettili, il vestiario e i documenti degli occupanti.
Questi hanno trovato alloggio persino dentro grandi tubi metallici verticali, accedendo per una specie di oblò da sottomarino. Si tratta di tubi di stoccaggio dell'olio. Già, l'olio. Quale olio ? E' possibile che in quegli enormi tubi non ci sia mai andata una goccia d'olio, perché il tutto è stato messo su per lucrare sui finanziamenti europei. Ma questo è un altro capitolo, molto ben conosciuto, che lega tutto il territorio in un sistema malavitoso. Sembra che tra i comuni della Piana molti siano sciolti per infiltrazioni mafiose e retti da commissari governativi.
La situazione degli immigrati a Rosarno, sebbene ciclica, è balzata prepotentemente alla nostra attenzione, a luglio, a causa dell'incendio della cartiera dismessa e del susseguente ordine di sgombero, impartito dal commissario prefettizio, per stabilire la legalità (sic !), colpendo i migranti in terra di 'ndrangheta !. Ora quella struttura ha le porte di accesso murate, così da renderla definitivamente un sarcofago per le sue memorie di truffa e a monumento di insensibilità verso i minimi della terra.
L'approssimarsi dell'inverno, sebbene in una regione del sud, rende la situazione dei giovani immigrati estremamente critica. A Reggio Calabria è attiva una rete di associazioni a cui prendono parte le chiese evangeliche, la chiesa cattolica, Medici senza frontiere, Osservatorio Africa-Calabria, Omnia, Rete antirazzista, No-Ponte e altre realtà laiche. Queste realtà, a più riprese, hanno lanciato un grido di allarme e una richiesta di soccorso. Servono, infatti, coperte, vestiario caldo, vitto e assistenza legale, assistenza medica e mediazione per i rapporti con gli uffici pubblici. Non ultimo serve vitto, specialmente per quanti restano disoccupati.
Dopo avere approntato una veloce raccolta di fondi, stimolati in ciò da Lucia Malara Canale, della chiesa battista di Reggio calabria, il presidente dell'Associazione delle chiese evangeliche batiste della Sicilia e Calabria, Silvio Consoli, e lo scrivente, abbiamo acquistato un buon numero di sacchi a pelo e di magliette di pail e, per non indugiare oltre e per constatare di persona lo stato della situazione, mercoledì 25 novembre, ci siamo recati a visitare alcune colonie di immigrati. Siamo stati accompagnati e documentati dall'infaticabile Giuseppe Pugliese, volontario di Rosarno, che conosce ogni immigrato e svolge una insostituibile e apprezzatissima funzione di guida, di consulenza e di mediazione culturale. Abbiamo dunque preso visione dell'area.
Si tratta di diverse colonie, che raccolgono oltre 3000 immigrati, e il nostro soccorso non è stato altro che una goccia in un oceano di bisogni. Tuttavia, non ne avevamo dubbi, è stato accolto con gratitudine, accompagnato dalla nostra e loro preghiera, visto che abbiamo ritrovato credenti evangelici provenienti dal Ghana. Abbiamo notato che lungo questa linea si muove anche una comunità evangelica di Gioia Tauro. Anno allestito un locale di culto, con pulpito e versetti biblici alle pareti. Ogni domenica vanno per pregare e condividere la parola di Dio e per approntare sul luogo, con pentoloni e fornelli, pasti per circa 600 persone. Anche la Caritas è presente con due appuntamenti settimanali, ma i bisogni sono estremamente al di là di quel che il volontariato dei credenti e dei non credenti può offrire. Per questo non bisogna abbassare la guardia, continuare a raccogliere offerte, vestiario, cibo e fare sentire la presenza solidale di quanti sono più fortunati. Tutto questo dovrebbe portare a esprimere concretamente la nostra solidarietà, a cambiare la cultura dei calabresi e di quanti in Italia chiudono gli occhi di fronte a quanti hanno fame e sete, sono nudi e forestieri. La carità, il pacco dono con vestiario e cibi dovrebbe essere accompagnato da contatti personali, inviti nelle chiese, nelle scuole e nei luoghi in cui ci si può confrontare per una cultura nuova.
Salvatore Rapisarda
P.S. Per ulteriore informazione: www.terrelibre.org;
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